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Carissimi,

             nel nostro Occidente, come si può osservare in ogni chiesa e su numerose immaginette, la risurrezione è rappresentata dal Cristo glorioso pieno di vigore che sale dalla tomba. È simbolo della sua vittoria. Invece in Oriente, l’immagine della risurrezione non rappresenta Cristo nell’atto di uscire dalla tomba, ma di sprofondarla: è una discesa negli Inferi.

Testimone sublime di questa seconda immagine è l’icona della risurrezione di Novgorod, una grande tavola lignea del secolo XV. Il centro di questa icona è la figura del Cristo risorto vestito di luce. Il Figlio di Dio, è raffigurato nell’atto di scendere (lembo svolazzante del manto) nelle fondamenta della terra, negli inferi, le cui porte erano chiuse per non permettere a nessuno di uscire di là. Sotto i suoi piedi si vedono le porte degli inferi spezzate in due a forma di croce, le serrature sono rotte, tutti i frammenti si possono contare sull’icona, segno della devastante catastrofe che si è abbattuta sugli inferi. La croce che Cristo ha nella mano sinistra è simbolo della vittoria sulla morte. Inginocchiati ai suoi due lati, vediamo Adamo (alla sua destra) ed Eva (alla sua sinistra) vestita di rosso, simbolo dell’umanità. Eva ha le mani coperte in segno di adorazione. Il Signore prende per il polso (dove si accerta se uno è vivo) Adamo per portarlo via dagli inferi insieme ad Eva e agli altri personaggi convocati da tutta la storia d’Israele. Egli ha pagato il debito di Adamo e ha redento l’umanità intera dalla colpa del peccato.

Certamente ambedue le rappresentazioni, quella latina e quella ortodossa, non trascurano la verità fondamentale della nostra fede: a risorgere è il Cristo crocefisso. Al cuore della nostra fede c’è la croce, l’immagine di una persona terribilmente vulnerabile, colpita a morte. Ma quando Gesù risorge dai morti, le ferite sono ancora lì. Nel vangelo secondo Luca dice: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!» (Lc 24,39); e nel racconto della risurrezione in Giovanni: «Venne Gesù, stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. E, detto ciò, mostrò loro le mani e il fianco» (Gv 20, 19-20). Il terzo prefazio per la Pasqua ci dice che Gesù «continua a offrirsi per noi e intercede come nostro avvocato: sacrificato sulla croce più non muore, e con i segni della passione vive immortale». Il testo originale in latino è ancora più paradossale: Gesù è “agnus qui vivit semper  occisus”, “l’agnello che vive sempre ucciso”. Se il Signore risorto non continuasse a portare le sue ferite, allora non avrebbe molto a che fare con noi adesso. La risurrezione può anche prometterci una salvezza futura e la vita eterna, ma ora ci lascerebbe da soli nella sofferenza presente. Ma a causa del giorno di Pasqua condividiamo già la vittoria. Cristo condivide anche le nostre ferite e noi condividiamo già la sua vittoria sul peccato e sulla morte. Anche noi siamo feriti e guariti. La risurrezione non è solo quello che è successo dopo il terribile grido di desolazione sulla croce, l’evento successivo nella storia di Gesù. Nella risurrezione il Padre abbraccia tutto quello che Gesù è stato, l’intera storia che si estende dalla nascita alla croce, e le dà significato e quindi possiamo parlare di quella morte come di una vittoria. È il nostro Signore ferito, per sempre ucciso e vivo. Se a motivo della risurrezione per il Cristo crocifisso c’è un futuro, anche per i crocifissi della nostra storia è garantito un futuro. Perché Cristo è “la nostra speranza(Col 1,27). Perché è il nostro futuro.

Anche le due bellissime espressioni, che la liturgia mette sulle nostre labbra, la prima “Ave crux, spes unica! ”(Ave, o croce, unica speranza), nell’inno ai vespri della settimana santa, e la seconda “Surrexit Christus spes mea” (Cristo, mia speranza, è risorto), parole messe sulla bocca di Maria Maddalena nella sequenza di Pasqua, esprimono questo nesso inscindibile tra la croce e la risurrezione. Nel mistero pasquale è rivelato l’insondabile amore del Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna(Gv 3,16). È l’amore che produce la vita, sconfigge la morte e dà alla croce una “collocazione provvisoria”. Nella Pasqua Dio Padre opera quale “custode della vita” e in Cristo risorto manifesta che ci ha creati con la volontà e la conseguenza dell’eternità nella piena comunione trinitaria dell’Amore.

Fondamento incrollabile e sorgente viva della speranza cristiana è l’amore di Dio effuso in noi dallo Spirito, quell’amore senza misura o calcolo, sovrabbondante, eccedente, folle , “sprecato”, vissuto “sino alla fine” (Gv 13,1), che è stato donato totalmente da Gesù Cristo sulla croce e che viene riofferto con le sue ferite sempre aperte e il suo costato squarciato nel memoriale del suo sacrificio, cioè l’eucaristia. È la morte gloriosa di Cristo il luogo sorgivo e l’alimento costante della speranza della Chiesa e dell’umanità.

È sotto gli occhi di tutti che viviamo in un contesto socio-culturale dominato dalla “dittatura del relativismo”, in una società senza certezze, lontana da Dio, priva del cardine di valori condivisi, che rifiuta l’esistenza di verità e la sostituisce con il pluralismo delle opinioni. Sotto la spinta del nichilismo, questo «ospite il più inquietante» per dirla con Nietzsche, per anni dai nuovi pulpiti –scuole, giornali, televisioni – si è predicato che fede e ragione sono inconciliabili, che la libertà è assenza di legami e di storia, che si può diventare grandi senza appartenere a niente e a nessuno, seguendo semplicemente il proprio gusto o piacere. È diventato normale pensare che tutto è uguale, che nulla in fondo ha valore se non i soldi, il potere e la posizione sociale. Si vive come se Dio non esistesse, come se il desiderio di felicità di cui è fatto il cuore dell’uomo fosse destinato a rimanere senza risposta. È una società, segnata dalla mentalità edonistica e consumistica, che incoraggia sempre più il desiderio illimitato fino a diventare capriccio, sfizio, gusto del solo possedere e dello sfoggiare ciò che si ha. C’è un humus che genera “passioni tristi”: apatia, indifferenza a tutto, noia, libidine narcisistica, sfrenatezza, violenza, paura, sfiducia, depressione (il male oscuro odierno), assuefazione al male e quell’inconcepibile “odio di sé”, tanto per fare degli esempi. È un tempo veramente strano e paradossale. Un tempo in cui, da una parte si affermano grandi capacità e potenzialità della ricerca scientifica e delle applicazioni tecnologiche, ci si vanta dell’ipersensibilità verso tutte le creature (animali, piante), si coltiva il benessere fisico ed estetico per l’uomo di successo, e dall’altra, tante fragilità, incapacità inaudite, numerose vulnerabilità, che generano incertezza esistenziale, insicurezza sociale, sfiducia nel futuro, che è visto sempre più come una minaccia da evitare, anziché una promessa da costruire.

Questa crisi tocca tutti, ma in particolare i giovani. Da numerosi studi effettuati è confermato che, come in ogni epoca, anche ai nostri giorni, i giovani vogliono affermare la propria identità, vogliono essere se stessi, cercano ragioni per vivere. Se motivati, sanno essere generosi, capaci di dedizione, solidali, ma – rispetto ai giovani del passato – hanno meno punti di riferimento e minor senso di appartenenza. Caratterizzati da un allarmante sradicamento culturale, religioso e morale e da un individualismo esasperato, ipnotizzati dai mezzi tecnologici digitali (media, telefonini, videogiochi, ecc.) rivendicano il diritto di costruirsi la vita a prescindere da valori e norme comunemente accettati. Nella loro vita prevale la dimensione affettiva e sensoriale, a scapito della ragione, della memoria e della riflessione, generando confusione tra l’autentico e il vero e spingendo verso una progressiva omologazione di genere, il cosiddetto transgenter (teoria secondo la quale la differenza sessuale è secondaria per stabilire rapporti interpersonali). In un mondo che favorisce e coltiva il dubbio, l’immaturità, l’infantilismo, questi giovani hanno difficoltà a crescere, anzi, sembrano averne poca voglia. Nella loro vita si accorcia l’infanzia e si prolunga a dismisura il periodo dell’adolescenza. Fragili e incoerenti, sono figli di una cultura in crisi profonda che ha perso la capacità di educare le giovani generazioni, di aiutarle a “essere di più” e non ad “avere di più”.

Di fronte a tale situazione viene la tentazione di “lasciarsi cadere le braccia”, ma ecco che nella notte di Pasqua, la notte più chiara del giorno, risuona l’annunzio più sconvolgente ed inaudito: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui(Mc 16,6). Chiunque nella fede accoglie questo messaggio avverte in sé la presenza di Gesù, il Vivente, il Kyrios, che genera a una speranza viva, perché nello splendore della Pasqua tutto è ricreato, tutto è nuovo, tutto è rivestito di luce e bellezza nuova. Nello splendore della Pasqua c’è la libertà e la liberazione dal male, dalla malattia, dal dolore, dalla solitudine, dall’indifferenza. Nello splendore della Pasqua c’è la gioia del voler bene, la gioia dell’amare senza riserve, la gioia dell’Amen sacrificato, la gioia che canta nell’alleluia la lode della vita, la gioia di chi attende la Vita al di là di questa vita.

Essendo la preghiera la voce della speranza, chiediamo a Dio che la Luce e lo Spirito del Crocifisso Risorto inondino il vuoto e il silenzio tombale dei nostri cuori, trasformandoci in “pietre vive”, stele animate dallo Spirito, cellule viventi del Risorto per essere testimoni e narratori della speranza.

Tutto comincia col ritrovare la speranza nell’incontro con Gesù. Lo abbiamo incontrato in diversi modi: all’inizio di un percorso di discernimento vocazionale, nell’esperienza sacramentale, nel vissuto di fede, nei gesti di carità ricevuti e offerti, nella preghiera quotidiana, nell’ascolto del Vangelo, nei volti che incontriamo. In quest’incontro con il Vivente abbiamo avuto la grazia di gustare la speranza, attraverso la gioia del sentirsi amati fino al dono totale di sé nella follia della croce, del perdono, del poter sempre ricominciare. Sappiamo che Gesù è risorto, allora portiamo nel cuore la gioia di Maria di Magdala, la prima ad incontrare il Risorto. Come lei siamo passati dalla morte alla vita. Diciamo al mondo che abbiamo ritrovato il sentiero della vita. Sentiamo l’ardore di comunicare la speranza per tutti e adorando il Signore nei nostri cuori di essere “ pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi(1Pt 3,15). Non possiamo tirarci indietro, l’annunzio del Cristo, Crocifisso-Risorto, è per tutti, contiene una proposta di vita nuova che il mondo deve conoscere. L’evento della Pasqua ha bisogno di nuovi narratori, di nuovi spazi o areopaghi: i pub, i circoli, i bar, le discoteche, i club, le scuole, i vari luoghi di ritrovo e quant’altro. Certo abbiamo le stesse paure di Pietro che ha rinnegato Gesù, annunziamo il Risorto con debolezza, con gli stessi limiti degli altri apostoli. Eppure, il Maestro ci accoglie, ci ripristina nel nostro mandato, come avvenne per Cefa e i suoi compagni, perché vuol far passare il suo Vangelo attraverso la nostra umanità. Tante volte il male del mondo ci fa paura, la sofferenza ci turba e anche quando i nostri progetti, i migliori e i più buoni non si realizzano e ci rendono stolti e tardi di cuore come i discepoli di Emmaus, il Signore, il Vivente, ci viene incontro e ci fa continuare il percorso, l’annunzio della “speranza che non delude” (Rm 5,5).

Coraggio! Malgrado i nostri limiti e difetti, continuiamo ad essere narratori di speranza, sotto la guida e la protezione della Madonna, la stella della speranza”. (Cfr. Spe Salvi, 39)

Cristo, risorto dai morti, non muore più(Rm 6,9). Alleluia.

Auguri di una buona e santa Pasqua a tutti! don Luigi Verzaro

                                                                                                        

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